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martedì 12 giugno 2012


Oggi ho colto il piacere di commentare sul blog di "Un Caffè da Graziella"  un breve estratto del saggio di Helbert Hubbard  scritto nel 1899 , e riportato "alla luce" della Rete grazie all'amico LupodiTalos di Twitter (@lupoditalos) .  Mi è sembrato subito un buon #MEME che valesse la pena di rilanciare e di replicare in mimèsi moltiplicativa ai miei contatti e ai i miei visitatori. E invito Voi a fare lo stesso.

L'estratto è intitolato : "PORTARE UN MESSAGGIO A GARCIA" .
Dalla lettura sono nate delle emozioni e dei forti sensi di condivisione che non posso fare a meno di riportare anche qui nel mio blog, dopo averlo già fatto nel blog di "Un Caffè da Graziella".
La riscoperta dello sforzo, dello streben faustiano, della volontà insuperata, della tensione senza tregua finalizzata al raggiungimento dell'obiettivo assegnato, sono tutti VALORI di cui in Italia si sta perdendo cognizione, e soprattutto di cui si sta perdendo l'apprezzamento sociale.
Un' Italia del facile guadagno senza sforzo, in cui la supremazia dell'interesse personale sull'interesse generale è la regola di Sistema. Un' Italia in cui la politica ha perduto ogni dignità di rappresentare i suoi concittadini e soprattutto le Sacre Istituzioni dello Stato, senza fare pubblica, doverosa e seria ammenda di tutte le sue svariate colpe e profonde responsabilità del disastro in cui ci stanno precipitando.
Un' Italia in cui la classe dirigente e amministrativa si è connaturata adesivamente al Sistema, nella comoda convinzione di poter a lungo continuare a svolgere la sua funzione strategica nei gangli vitali e produttivi dello Stato in questo modo. Un Modo semplificato, autoreferenziale quanto parassitico. 

"Portare un messaggio a Garcia" è l'imperativo categorico e la legge non scritta che anima IN SILENZIO OPEROSO i pochi italiani che OGNI GIORNO si spendono con abnegazione, coraggio, sudore e sacrificio per tirare innanzi il carro nazionale su cui i molti sono comodamente accomodati sopra. E dal quale, questi inutili trimalcioni fuori dal tempo cialtroneggiano senza pregio nè dignità, indicando ricette e lezioni di sventura al Popolo. Presto il Popolo capirà che costoro sono stati dannosi in PASSATO per il SistemaPaese che non  sono stati in grado di innovare nè modificare, ma -soprattutto- il Popolo capirà che costoro sono inutili per il FUTURO in quanto rosicchiatori voraci di quel Valore Sociale, che non sono stati in grado di costruire nel PRESENTE.

Dott. Gian Marco Boccanera - Roma
www.studioboccanera.com
Twitter @gmboccanera

  
“Portare un messaggio a Garcìa”.
Saggio:


"In tutta questa *faccenda cubana, c'è un uomo che spicca all'orizzonte della mia memoria come “Marte al perielio". Quando scoppiò la guerra tra la Spagna e gli Stati Uniti, si presentò la necessità di comunicare velocemente con il capo degli insorti. Garcia si trovava in qualche luogo irraggiungibile delle montagne di Cuba e nessuno sapeva dove.

Non lo si poteva raggiungere né con il telegrafo né con la posta.

Il Presidente doveva assicurarsi la sua cooperazione velocemente.

Che cosa fare?

Qualcuno disse al Presidente: "C'è un tipo di nome Rowan, se c’è qualcuno che può raggiungere Garcia, beh, questi è lui".

Si mandò a chiamare Rowan e gli venne consegnata una lettera da recapitare a Garcia. Come "il tipo di nome Rowan" abbia ricevuto la lettera, l’abbia sigillata in una borsa incerata, l’abbia legata al petto sopra il cuore e sia sbarcato quattro giorni più tardi, di notte, sulle coste Cubane da una barca per scomparire nella giungla e sia potuto dopo tre settimane uscire dall’altra parte dell'isola, dopo avere attraversato a piedi un paese ostile e consegnato il messaggio a Garcia, sono dettagli che al momento non ho nessuna voglia di raccontarvi.

Quello che voglio dire è che McKinley diede una lettera a Rowan perché la consegnasse a Garcia. Rowan prese la lettera e non chiese: "Dove si trova?"

Dio onnipotente! Quello sì che è un uomo la cui immagine dovrebbe essere immortalata nel bronzo e la cui statua dovrebbe essere esposta in ogni università del paese. I giovani non hanno bisogno di studiare libri, hanno bisogno di rafforzare la propria tempra in modo da diventare persone degne di

fiducia, capaci di agire con prontezza, di concentrare le proprie energie, di fare qualcosa come "portare un messaggio a Garcia".

Il Generale Garcia ormai è morto, ma ci sono altri Garcia.

Qualunque uomo si sia sforzato di eseguire un’impresa che richiedesse una gran quantità di cooperazione, è rimasto a volte quasi inorridito di fronte all’imbecillità dell’uomo medio, alla sua incapacità o alla sua mancanza di volontà di concentrarsi su una cosa ed eseguirla.

Trascuratezza nella collaborazione, stupida disattenzione, sciatta indifferenza e lavoro svolto senza entusiasmo sembrano essere la regola.

Nessun uomo può riuscire a meno che, per amore o per forza o con le minacce, costringa altri ad aiutarlo o li corrompa perché lo facciano, o - forse - a meno che Dio nella sua bontà non faccia un miracolo e gli mandi un angelo del paradiso ad aiutarlo.

Voi che mi leggete, fate questo esperimento: siete seduti nel vostro ufficio.

Sei impiegati sono a breve distanza da voi.

Chiamatene uno qualsiasi e chiedetegli quanto segue:

"Per favore guarda nell’ enciclopedia e scrivimi un breve memorandum sulla vita del Correggio".

L’impiegato risponderà tranquillamente: "Sì signore" e andrà forse ad eseguire il compito?

Ci potete scommettere che non lo farà. Vi guarderà con sospetto e vi farà una o più delle seguenti domande:

Chi era?

Quale enciclopedia?

Dov’è l'enciclopedia?

Sono stato assunto per questo?

Non intende per caso Bismarck?

Perché non lo può fare Carlo?

E’ morto?

C’è fretta?

Che ne dice se le porto il volume e se lo cerca Lei?

Perché c’è bisogno che lo sappia?

Sono pronto a giocarmi la camicia che dopo che avrete risposto alle domande e spiegato come cercare l’informazione e perché vi occorre, l’impiegato uscirà dalla stanza e chiederà ad un altro impiegato di dargli una mano a tentare di “trovare Garcia” per poi tornare da voi e dirvi che quell’uomo non esiste.

Certo potrei anche perdere la scommessa, ma secondo la legge delle probabilità, non la perderò.

Se siete saggi, non perderete tempo a spiegare al vostro impiegato che Correggio si trova sotto la C e non sotto la K, invece gli sorriderete dolcemente dicendogli: "Non importa", e andate a cercarlo da voi.

Questa incapacità di agire di propria iniziativa, questa stupidità morale, questa infermità della volontà, questa svogliatezza prenderanno piede allegramente e innalzeranno… sono queste le cose che rimandano il socialismo puro ad un futuro tanto remoto. Se le persone non vogliono agire di propria iniziativa, cosa faranno quando i benefici del loro lavoro saranno per tutti?

Sembra che ci sia bisogno di un primo ufficiale di coperta con un bastone nodoso. Ed il timore di beccarsi il benservito il sabato sera mantiene al loro posto molti operai.

Provate a mettere un annuncio per trovare uno stenografo, nove su dieci dei candidati che si presenteranno non saranno capaci né di scrivere né di mettere la punteggiatura, e non ne vedranno neanche la necessità.

Sarebbe in grado di portare un messaggio a Garcia, una persona del genere?

"Vedi quel contabile?", mi disse il caposquadra di una grande fabbrica.

"Sì, e allora?"

"Beh, è un bravo contabile. Ma se lo dovessi mandare in città a fare una commissione, magari riuscirebbe a portarla a termine però sarebbe anche capace di fermarsi in quattro bar, strada facendo, e una volta arrivato a Via del Corso si sarebbe dimenticato il motivo per cui era stato mandato in città ".

Si può affidare un messaggio per Garcia ad un uomo del genere?

Ultimamente si sente esprimere una tale *svenevole compassione per gli “operai oppressi e sfruttati " e per i “vagabondi senza tetto in cerca di un lavoro onesto", spesso accompagnata da parole dure nei confronti degli uomini al potere.

Nessuno parla del datore di lavoro che invecchia prematuramente nel vano tentativo di far svolgere un lavoro intelligente a dei buoni a nulla trasandati, e della sua lunga ed estenuante ricerca di “aiutanti" che non appena lui gira le spalle ne approfittano per battere la fiacca.

In ogni negozio e fabbrica è sempre in atto una cernita del personale.

Il proprietario deve costantemente mandare via il personale che ha dimostrato la propria incapacità di portare avanti gli interessi della società e ne viene assunto un altro.

Questa selezione va avanti a prescindere da quanto bene vadano le cose.

Solo che quando i tempi sono duri e il lavoro scarseggia, la selezione è più precisa… ma gli incompetenti e gli inetti vengono mandati sempre via.

Si tratta della sopravvivenza del più adatto. Gli interessi personali spingono tutti i datori di lavoro a tenersi i migliori: quelli capaci di portare un messaggio a Garcia.

Conosco una persona davvero dotata ma che non ha la capacità di dirigere una sua società, che inoltre è completamente inutile per tutti, dato che porta con sé il costante folle sospetto che il suo datore di lavoro lo stia opprimendo o voglia farlo. Non può dare ordini e non ne vuole ricevere.

Nell’evenienza in cui gli si dovesse dare un messaggio da portare a Garcia, la sua risposta probabilmente sarebbe: "Daglielo tu!”.

Questa sera questo uomo vaga per strada cercando un impiego, e il vento soffia tra le fibre del suo cappotto ridotto a brandelli. Nessuno osa assumerlo, dato che è regolarmente un fomentatore di malcontento. Non lo si può far ragionare, e l'unica cosa che crea un effetto su di lui è la punta di uno stivale rafforzato.

Naturalmente, so che una persona così moralmente deformata deve essere oggetto di compassione alla pari di uno storpio: ma nel fare ciò vediamo di versare una lacrima anche per gli uomini che si danno da fare per mandare avanti una grande azienda, il cui orario di lavoro non finisce al suono di una campanella, e i cui capelli imbiancano velocemente nel tentativo di mettere in riga gente sciattamente indifferente, l’imbecillità dei trasandati e l’ingratitudine degli irriconoscenti che, se non fosse per la loro ditta, sarebbero affamati e senza tetto.

Sto calcando troppo la mano? Forse; ma quando tutto il mondo ha subito una degradazione vorrei esprimere una parola di misericordia per l'uomo che ha successo, l'uomo che, a dispetto di tutto, riesce ad incanalare gli sforzi di altri, ed essendoci riuscito, si ritrova con niente, niente al di là di cibo e vestiti.

Ho cenato al sacco ed ho lavorato per paghe giornaliere, e sono anche stato un datore di lavoro, e so che vi sono delle lamentele da entrambe le parti. Non vi è nulla di eccellente nella povertà, gli stracci non sono una raccomandazione, e tutti i datori di lavoro non sono avidi e arroganti, nella stessa misura in cui tutti i poveri non sono pieni virtù.

Le persone che godono della mia simpatia sono gli uomini che lavorano quando il “capo” è lontano, quando è a casa.

E l’uomo che quando gli viene data una lettera per Garcia, come nulla fosse prende la missiva, senza porre sciocche domande, e senza una segreta intenzione di gettarla nel tombino più vicino, o senza fare qualsiasi altra cosa che non sia consegnarla, che non viene mai “licenziato”, e nemmeno deve scioperare per avere uno stipendio più alto.

La civilizzazione è una lunga e ansiosa ricerca di persone di questo tipo.

Tutto quello che un uomo di tale stampo chiede deve essere concessa.

E’ richiesto in ogni città, paese e villaggio, in ogni ufficio, negozio, bottega e fabbrica. Il mondo ha un urgente bisogno di persone così, c’è bisogno di loro, un bisogno estremo di persone che possono “Portare un messaggio a Garcia”...."

Helbert Hubbard . 1899.




mercoledì 21 settembre 2011

EUROBOND e IL GRANDEBLUFF


È da giorni ormai che si legge su ogni quotidiano, specialmente di impostazione economica, che la pensata degli EUROBOND potrebbe essere la soluzione alla crisi finanziaria che attanaglia in questo momento la nostra Europa, e che ha innescato pericolose spinte disgreganti verso il concetto stesso di Unione Europea. Illuminati contributi di Professori e insigni Economisti hanno spiegato che il meccanismo cosiddetto “Salva Stati” EFSF (European Financial Stability Facility) sarebbe in grado di acquistare Titoli (bond) del Debito Sovrano dei vari Paesi membri UE, sia al fine di scongiurarne il possibile default, sia al fine di mantenere ad livello di sostenibilità i relativi rendimenti sul mercato, calmierandoli. 

Si ma come? 

Emettendo a sua volta TITOLI , cioè EUROBOND, garantiti dai singoli Paesi dell’Unione Europea in un modo che ancora non è ben chiaro, e vendendoli sul mercato a Investitori Istituzionali. 

In pratica cosa succede? Che il meccanismo del DEBITO TRASLA, cioè passa dagli Stati Sovrani singoli all’ Entità Sovranazionale che è l’Unione Europea, proprio attraverso l’Ente-Veicolo EFSF, che assomiglierebbe così a un “conduit” finanziario. Il Debito e le responsabilità di chi ha contribuito ad aggravare il #debitopubblico nazionale  con scelte politiche dissennate rimangono sempre invariati. Anzi, piuttosto vengono traslati ad un livello di responsabilità politica superiore, e, soprattutto, vengono traslati a carico ULTERIORE delle Giovani Generazioni Europee nel loro insieme.

Con gli Eurobond poi si alimenta sempre di più l’#azzardomorale, poiché i decision makers politici dei singoli Stati Membri non dovranno sottoporsi al “redde rationem” del loro Popolo e della loro base elettorale, in quanto verrà rappresentato che il Debito Sovrano, ora e in futuro, verrà sempre garantito da un Entità Sovranazionale, aprendo il campo ad ulteriori comportamenti irresponsabili che così verranno garantiti da una crisma collettivo di impunità.






No, non sono d’accordo con gli EUROBOND, che mi danno tanto l’idea di essere un nastro trasportatore di debito da un piano all’altro della scala delle nostre generazioni, atteggiamento di questi tempi assai di moda,  per nascondere l’assoluta mancanza di coraggio e di capacità nell’adottare misure altamente impopolari, ma assolutamente necessarie alla salute della Repubblica dei singoli Paesi Membri Ue.



In momenti di grave crisi, nell’antica Roma veniva usata la formula del “SENATUS CONSULTUM ULTIMUM” per quanto riguardava l’assunzione di poteri speciali ai Consoli, in questo modo: “Videant Consules ne quid ResPublica detrimenti capiat” (Provvedano i Consoli acchè lo Stato non abbia nessun danno).



Gian Marco Boccanera

mercoledì 9 febbraio 2011

IL FACILITATORE NELLA MEDIAZIONE CIVILE E NELLA CONCILIAZIONE

Eravamo a Marzo 2009 quando ebbi modo di scrivere il PROGETTO COMM-UNICO, derivante dalla riunione di intuizioni ed elaborazioni personali circa quelli che mi apparivano divenire i possibili sviluppi della Conciliazione, o Mediazione civile, come oggi si chiama. All'epoca però non c'erano i Decreti Delegati e non c'era neppure la Legge 69/2009 istitutiva della Conciliazione, che è stata varata solo nell'agosto di quell'anno (Manovra Estiva).
Presentato alla Commissione Conciliazione ed Arbitrato di cui all'epoca facevo parte, tale progetto è stato accolto con estrema tepidezza e scetticismo, forse perchè troppo visionario ed anticipatore dei tempi, anche perchè faceva emergere una figura AGGIUNTIVA a quella del Conciliatore, le cui funzioni ai più parevano replicare quelle del conciliatore. Il Progetto è stato da me fortissimamente perseguito ed anche parzialmente realizzato fino a che ho potuto, cioè fino alla mia uscita dalla Commissione e dal CPRC, per evidente "incompatibilità" di visione e di atteggiamenti. In questa sede non desidero soffermarmi ulteriormente sulla questione,  ma avrei piacere di puntualizzare alcuni aspetti che dal Progetto emergono:

1) L'individuazione della figura professionale del FACILITATORE o NEGOZIATORE DI PARTE. Questa è una figura assai più strategica del CONCILIATORE, poichè assiste la parte di cui ha la fiducia per tutta la procedura della mediaconciliazione, negoziando in suo favore e al suo fianco. Ma ancora prima di iniziare, il facilitatore indirizza i Flussi di Conciliazione a questo piuttosto che ad altro centro di Conciliazione, muovendo la "pedina" per primo e in funzione delle aspettative.
Oggi i Centri di Conciliazione sono circa 200 e, superata la fase di euforia iniziale di applicazione esclusiva ai corsi di formazione a pagamento, essi dovranno tenere il mercato e confrontarsi con il flusso di Mediaconciliazioni che saranno in grado prima di attrarre e poi di gestire adeguatamente. In quel momento, che è ancora da venire, il mercato farà la sua scrematura e rimarranno solo i Centri di Conciliazione che meglio di altri avranno sviluppato "potenzialità attrattive" non per i Conciliatori, quanto per i Facilitatori, ovvero per i negoziatori di parte.

2) La convinzione che la CONCILIAZIONE potesse essere per TUTTI i CITTADINI e affrontabile da TUTTI I PROFESSIONISTI, senza anacronistiche tutele nè esclusive di categoria, che ne avrebbero  ridotto le potenzialità. Ogni tipologia di Professionista (avvocato, commercialista, architetto, ingegnere, medico, geometra, etc...) è portatore di una COMPETENZA ESCLUSIVA nella materia di cui è esponente professionale.
 Ho immaginato di far riconoscere queste competenze, diverse tra loro, in un obiettivo comune a tutte che ho chiamato EUPETENZA, ovvero la predisposizione d'animo e d'intelletto alla FACILITAZIONE degli estremi, alla composizione ragionata e condivisa della controversia, ovvero quell'atteggiamento comune ai facilitatori che potesse "rendere facile ed agevole" il raggiungimento di un accordo a vantaggio delle parti e della Collettività che le ospita. Senza questo atteggiamento d'animo, rinnovato e convinto, si rischia di rimanere nell'ambito della conosciuta e praticata TRANSAZIONE.
Ma il passo avanti che è possibile compiere con la CONCILIAZIONE o MEDIAZIONE è che l'ambito dimensionale in cui le parti si dibattono va spostato ad un gradino superiore. Superiore rispetto a ciò che appare in via fenomenica dall'osservazione semplice della realtà. Un ambito e una dimensione superiore che ho chiamato "metacontroversiale", a significare che può essere indagato "al di là delle apparenze della controversia". Con approccio sensibile, psicologicamente raffinato, interessato alle dinamiche comportamentali, "facilitativo" appunto della ricerca di quell'accordo che solo l'emersione dei profondi bisogni sottostanti riesce a far emergere in maniera satisfattiva per chi è intorno al tavolo delle trattative.

3) La consapevolezza che non innalzando muri , ma gettando ponti alle altre libere Professioni l'Istituto della CONCILIAZIONE possa fungere da Istituto Strategico per il nostro Sistema-Paese, nella misura in cui si può cambiare l'ottica di osservazione e il rapporto col fluire del tempo che da direttamente proporzionale, divenga inversamente proporzionale rispetto ai compensi attesi. Per questioni storiche che risalgono indietro centinaia di anni, siamo stati abituati ad essere un popolo "litigioso" in cui l'ars dimicandi ha preso il sopravvento sull'ars conciliandi. Ma ora con la velocità della luce in cui avvengono cambiamenti epocali in tutto il Globo, con le potenzialità, ancora per la gran parte inespresse nel mondo delle professioni, dell'informatica e della TELEMATICA, sarebbe un vero peccato se non fossimo convinti di cogliere generose opportunità di fronteggiamento della CRISI che morde ad ogni livello e che sta arrivando ad erodere quote rilevanti dei compensi professionali. E' anacronistico e rischioso per la sopravvivenza continuare a pensare alla vecchia maniera. Oggi si devono preferire soluzioni che rispecchiano la velocità dei cambiamenti e delle informazioni cui siamo ogni minuto sottoposti.

4) La ferma convinzione che per far crescere e prosperare il neonato ISTITUTO della MEDIACONCILIAZIONE a vantaggio di tutti i cittadini, con l'ausilio e l'intervento (su base volontaria) di tutti i Professionisti quali facilitatori e negoziatori di fiducia dei loro clienti, a vantaggio della Collettività intera (grazie alla riduzione dei costi diretti e indiretti legali al conflitto) occorre REMOTIZZARE il FLUSSO delle Conciliazioni.
Come? Utilizzando gli Studi Professionali dei facilitatori, strutture che già esistono e che possono essere adattate allo scopo con pochi adeguamenti low-cost, principalmente in termini di strutture informatiche e telematiche di videocondivisione e sharing documentale. In questo modo le conciliazioni da amministrare verrebbero esternalizzate rispetto al Centro e alla sua limitatata capacità fisica e temporale di farvi fronte, con il Conciliatore che faccia da "tutor" sull'attività dei due o più facilitatori.

5) Gli esigui compensi del Conciliatore devono essere rapportati alla qualità e quantità di apporto professionale che da lui ci si aspetta. Se venisse "affiancato" da negoziatori di parte professionisti della materia di cui si controverte, retribuibili a tariffa professionale o a forfait preconcordato col cliente, il grosso del lavoro verrebbe fatto da questi ultimi, limitandosi il conciliatore a seguire e a tutorare lo svolgimento delle attività negoziali, limitando i suoi spostamenti, lavorando anch'egli in via telematica e potendo gestire tutoraggi di conciliazioni in multitasking, ovvero in contemporanea dal suo studio. Così facendo si allontanerebbe il rischio che il Conciliatore fissi delle ancore mentale sul suo break-even-point, ovvero il punto superato il quale gli esigui compensi ritraibili  dall'attività di conciliatore vengono percepiti dallo stesso come non più remunerativi, con intuibili conseguenze quanto a disamoramento del risultato e a poca convinzione nell'azione.

Per maggiori info Vi rimando alla sezione del PENSATOIO e alla VIDEOGALLERY del mio sito: http://www.studioboccanera.com/

Gian Marco Boccanera

giovedì 27 gennaio 2011

MONETA, MONNEZZA, MODELLO, MONITO

Moneta, Monnezza, Modello, Mònito. Qual è il filo logico che unisce questi termini?

Spiegarvelo sarà la prima tappa del nostro Viaggio, un percorso, così come descritto nel post di apertura del blog, all'interno delle idee e dei memi strategici per affrontare le crisi, con un occhio di riguardo alle persone e meno alle cose. 

Cominciamo dalla MONETA. Quella che non c’è. Specie nelle casse dello Stato italiano, strangolato da un debito pubblico, che, secondo dati della Bankitalia, a ottobre 2010 ha raggiunto un nuovo record (1.867,398 miliardi di euro, contro gli 1.844 miliardi del mese di settembre), e da una crisi devastante che non accenna a diminuire. Lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (ieri mercoledì 26 gennaio) ha lanciato un appello in questo senso:  occorre “forzare la crescita, perché ormai non possiamo nasconderci il fatto che la ripresa è meno sostenuta che in altri Paesi”. Secondo le previsioni, ricordate dal Capo dello Stato, alla fine del 2012 il Pil avrà recuperato circa la metà della perdita di sette punti subita nel corso della recessione. Insomma la Crisi non è finita, ma anzi continuerà a spiegare effetti nei prossimi anni (secondo noi con un ottica di ulteriore sviluppo nei prossimi 5-10 anni). Speriamo che gli Stati e i Governi resistano alla tentazione di “battere altra moneta” , e che invece “battano altre strade”, magari più impopolari, ma forse più giuste e più idonee per raddrizzare il corso degli eventi. 


E noi che facciamo? Continuiamo a produrre MONNEZZA. Ossia a consumare. Comprare, godendone istantaneamente, per poi buttare: del resto nel linguaggio del marketing noi siamo “consumatori”. Ci piacerebbe usare magari un altro termine, più appropriato, per distinguerci, forse meglio “utilizzatori” o “fruitori”. Il termine CONSUMATORI mette l’accento su un aspetto che sta diventando sempre più un DISVALORE COLLETTIVO: quello del CONSUMO, appunto. Consumo di energia, consumo di suolo, consumo di elementi naturali, consumo di fattori produttivi, consumo di ambiente, consumo di vite lavorate...

L’appello sinora riecheggiato era che bisognava comprare (e consumare) affinché qualcuno potesse produrre, e a sua volta consumare fattori produttivi. Il segno tracciato dai maggiori esponenti della nostra classe dirigente è: “che aumenti la produttività !!” . A nostro sommesso parere, non può essere questa la via maestra ed esclusiva per uscire dalla Crisi.  In un’epoca dove gli accadimenti economici hanno messo in discussione anche il capitalismo stesso (o meglio la declinazione di esso rappresentata dal Turbocapitalismo) la produttività non può essere la chiave.  Perché la serratura non sono PIU’ i CONSUMI. 

Semmai secondo noi la soluzione è la ricerca di elementi satisfattivi profondi che sono siti altrove rispetto al CONSUMARE. Tra questi, quello che più ci appare adatto è il  SAPERE.  Il PENSARE deve riguadagnare posizioni perdute sul PRODURRE.  Perché attraverso il pensiero creativo e innovativo  si può creare nuovo sviluppo, semplicemente MIGLIORANDO quello che già c’è e RISCOPRENDO alternative al P.I.L. Come? Innovando con Creatività e Compartecipazione. 

Ed ecco che allora che non conviene più rinviare la soluzione ai problemi, abitudine invalsa per decenni , e non solo in Italia. Le giovani generazioni, ma anche le meno giovani sono stufe di cibarsi di presentazioni di stili di vita, di modi di essere, di apparire e di comunicare che appaiono come MODELLO alla moda, a cui i più debbano conformarsi per un non ben compreso motivo di identità tribale. Molti si stanno veramente interrogando se tale MODELLO rappresenti un valore sociale o  ne sia – al contrario- un perfetto DISVALORE COLLETTIVO. I giovani stanno pagando un prezzo altissimo dinanzi all’altare della consacrazione di MODELLI SBAGLIATI, incensati come maggiormente diffusi, e propagati da Testimonial che stanno diventando sempre più improbabili nell’orientamento della coscienza collettiva.

E ad essere protagonisti delle rivolte di recente scoppiate ad Oriente, nei paesi del Maghreb ma con possibili ulteriori ripercussioni, sono soprattutto i giovani,  che pagano il prezzo sociale più alto. Disoccupazione crescente, ingiustizia sociale e precarietà continuata sono termini ormai entrati nella loro vita, come pietre miliari dell’esistenza, con cui fanno i conti ogni giorno. Ma a disorientarli è anche la mancanza di un MODELLO vero, anzi di modelli: di virtù e di valori in cui un popolo possa riconoscersi e tramandare. Di certo questi valori, in Italia,  non sono rappresentati dalla politica,  che da tempo ha abdicato al suo ruolo di GUIDA della società (ma ne è sempre più specchio in senso spregiativo, limitandosi ad assomigliarle bovinamente). I punti di riferimento, i modelli appunto,  spesso sono quelli veicolati da una televisione sempre più votata al futile, al chiacchiericcio, ai reality, dove la notorietà che arriva all’improvviso nella vita di uno sconosciuto/a sembra la svolta della vita e appare uno sbagliato “coronamento di un sogno” ai più, rispetto ad anni di costante applicazione e sacrifici spesi per lo studio e per un degno lavoro che ne rappresenti la naturale evoluzione. 

Il tronista o il concorrente del Grande Fratello, la velina o la giovane e procace frequentatrice di feste e salotti mondani (non diremo oltre …) dunque: questi i modelli delle nuove generazioni? 

Dinanzi al proliferare di Modelli fuorvianti, le massime Istituzioni del Paese hanno fatto levare a gran voce un MONITO: cambiare modo di fare, di comportarsi  e di ragionare, perché altrimenti si rischia la disgregazione del Paese. Anche la nostra massima autorità religiosa, il Papa, ha fatto appelli in tal senso, associando il Monito Religioso al Monito Laico. 

Il MONITO quindi ha il sapore del rimprovero e la finalità di far desistere dal continuare su una strada ritenuta non più praticabile. Anche il mondo produttivo si allinea al MONITO. Il Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha di recente dichiarato: “l'Italia ha bisogno di essere governata e di fare delle scelte. Tutto il paese ha bisogno di ritrovarsi e di agire, per uscire dalla crisi”. 

D’altro canto un Paese senza un MODELLO di sviluppo sostenibile per le Giovani Generazioni, un Paese che si arrocca a non ascoltare il MONITO, che viene elevato a gran voce da autorevoli esponenti della vita civile e religiosa, un Paese che osserva la preoccupante scarsezza di MONETA e liquidità, soprattutto tra le famiglie, diverrà – senza apprezzabili discontinuità – un Paese in preda alla totale MONNEZZA , fisica e spirituale.  

Gian Marco Boccanera e Claudia Nuzzarello.